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©ph. Isabella Gaffè

venerdì 4 | 18:00 - 24:00
sabato 5 | 18:00 - 24:00
domenica 6 | 18:00 - 24:00
WeGil - Mezzanino
Installazione

ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

Salvo Lombardo

Jungle Soul

L’installazione multimediale Jungle Soul è un habitat immersivo che riproduce un indistinto giardino “esotico”, dal quale si stagliano otto micro video performance che ricontestualizzano ed estendono in termini visivi e percettivi la recente ricerca artistica di Salvo Lombardo e del gruppo Chiasma intorno agli immaginari coloniali e alle rappresentazioni esotizzanti e razzializzate dei corpi.
A cavallo tra un patinato zoo umano e un allucinato freak show, Jungle Soul mette in luce le derive dell’appropriazione culturale e dei suoi immaginari contemporanei, nei vari ambiti estetici e linguistici di un sempre crescente capitalismo jungle e di una impostazione etnocentricache ci spinge a idealizzare ciò che non conosciamo, immaginando soggettività esemplari e che inventa tradizioni e classifica gli Altri e le Altre secondo un preciso schema di inferiorizzazione.
L’installazione nasce nell’ambito del progetto generale L’esemplare capovolto e del ciclo Opacity.

Salvo Lombardo presenta a Short Theatre 2020 anche Opacity#2, in programma il 6 settembre.

Salvo Lombardo, performer, coreografo e regista multimediale. La sua ricerca artistica, assieme a quella del gruppo Chiasma, si muove tra la danza, il teatro e le arti visive, con particolare attenzione ai linguaggi della video arte; i suoi lavori sono ospitati in molti teatri e festival sia in Italia che all’estero. Tra le principali recenti collaborazioni quella con il Theatre National de Chaillot (FR), Festival Oriente Occidente, Fabbrica Europa, Romaeuropa Festival, Aura international Dance Festival (LT), Attakkalari Dance Festival (IN), Short theatre, Teatro di Roma, Scenario pubblico, ATER, Piemonte dal vivo, Teatri di Vetro, Attraversamenti Multipli, Festival Corpi in Movimento, Versiliadanza e Lavanderia a Vapore. Nel 2019 ha fondato e co-curato con Viviana Gravano e Giulia Grechi Resurface_festival di sguardi post coloniali a Roma e dal 2020 è artista associato alla Lavanderia a Vapore di Collegno \ Fondazione Piemonte dal vivo.
salvolombardo.org

di Salvo Lombardo
performance in video Jaskaran Anand
montaggio video Isabella Gaffè
suono Fabrizio Alviti
produzione Chiasma, Roma, con il sostegno di MiBACTMinistero Beni e Attività Culturali e del Turismo
anno 2018
© Isabella Gaffè

Notes on Short Theatre 2020

 

Di cos’altro parla questo tuo lavoro, oltre ciò di cui racconti nella sinossi?

Per raccontare meglio questi due lavori che presento a Short Theatre ho bisogno di contestualizzarli nell’ambito di un percorso e di una ricerca più ampia che porto avanti assieme a Chiasma da diversi anni e la cui “produttività” non accenna a frenarsi, di pari passo all’emersione, sempre più visibile, di quei nodi e quelle domande, politiche e sociali, che alimentano questo processo. Opacity#2 (come gli altri volumi del ciclo Opacity) e Jungle soul fanno parte del più ampio progetto L’esemplare capovolto, che trae origine da una ricerca e da una rilettura attraverso la lente degli studi postcoloniali e delle pratiche decoloniali di una celebre opera della danza accademica italiana, il Gran Ballo Excelsior (1881). A partire dal 2018 il progetto ha iniziato ad animarsi e a costituirsi come un “atlante performativo” piuttosto ricco di “tavole” (una sorta di Menomosyne alla Warburg) che si articola, nella fattispecie, in una serie di formati artistici tra performance, installazioni, workshop, interventi teorici, tavole rotonde, dibattiti, proiezioni video, pubblicazioni, e persino un festival (intitolato Resurface) che da un lato è pensato come estensione delle nostre ricerche sulle questioni postcoloniali e dall’altro come organismo “tentacolare”, desideroso di attivare interazioni, collaborazioni e innesti sostanzialmente multimediali e policentrici e dunque aperto allo sguardo e alle pratiche di altr* artist* e teoric*.

Sia Jungle soul che Opacity#2, seppure utilizzando linguaggi molto diversi tra loro, propongono entrambi dei punti di vista e delle modalità di interazione che probabilmente chiedono agli spettatori di mettere a fuoco e di destrutturare quegli immaginari etnocentrici che il cosiddetto Occidente ha costruito e affermato al di sopra di quelli che considerava e classificava come “Altri” e “Altre”. Entrambi questi lavori sono un invito a  «restare a contatto con il problema» (come direbbe Donna Haraway); un invito a interrogare e a capovolgere, appunto, quelle rappresentazioni del corpo e quegli immaginari razzializzati che, attraverso le loro raffigurazioni, appiattiscono ogni cultura delle differenze, determinando un carattere fisso e universalistico del concetto stesso di identità e orientando con sopraffazione immaginativa, attraverso la tirannia del visibile, ogni forma di ontologia. L’opacità evocata da questi lavori vorrebbe porsi come alternativa al nevrotico bisogno di definizioni, di confini identitari stabili, unitari, come critica allo strapotere della “trasparenza”.

Chi o cosa – di reale o immaginario, presente, passato o futuro – credi abbia contribuito al nascere di questo lavoro? Possiedi un oggetto o una traccia che lo racconta?

Era il 2013. Stavo preparando all’università un esame di Estetica della danza, che poi – ça va sans dire – altro non ha significato che una meticolosa acquisizione di nozioni erudite, quanto nostalgiche di virtuosismo impolverato, in seno al solo ambito della danza accademica. Ad ogni modo, mi imbattei nello studio di uno dei titoli cardine, uno spettacolo monster, della tradizione squisitamente italiana del XIX, Il Gran Ballo Excelsior (1881). Man mano che ne analizzavo l’estetica, appunto, mi rendevo conto di come quest’opera fosse intrisa di posture squisitamente coloniali, di immaginari razzializzati ammantati di esotismo main stream, e allo stesso tempo notavo come tutta la letteratura che ne sosteneva (e ne sostiene) il buon nome, fosse per lo più animata da ragioni filologiche, mentre la cornice culturale era sempre inquadrata in termini storiografici piuttosto asettici, seppure puntuali. Eppure quelli di Excelsior erano gli anni in cui si afferma l’immaginario delle Esposizioni Universali, nate per celebrare ed esaltare le conquiste del progresso, della rivoluzione industriale, dell’imperialismo coloniale e dell’affermazione del concetto di identità nazionale e dell’invenzione – almeno per l’Italia, di una tradizione culturale autoctona e di un suo immaginario di riferimento. Erano gli anni in cui il reale processo di unificazione “culturale” era da impiantare, secondo il celebre motto: “Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani”. Poi, quando lessi l’incipit del libretto dell’autore del balletto, Luigi Manzotti, che recita: “[…] E’ la titanica lotta sostenuta dal Progresso contro il Regresso ch’io presento a questo intelligente pubblico: è la grandezza della Civiltà che vince, abbatte, distrugge, per il bene dei popoli, l’antico potere dell’Oscurantismo che li teneva nelle tenebre del servaggio e dell’ignominia […]”, mi convinsi di quanto fosse singolare che nessuno (eccetto il caso isolato, scoprii in seguito, della prof.ssa Sergia Adamo) avesse mai osservato e analizzato quell’oggetto come una sorta di manifesto programmatico di una superiorità nazionale. Presi coscienza di quanto quell’opera, e le sue narrazioni, fossero intrise di “innocenza popolare”, di ambizioni monumentali, immagini e corpi variopinti, architetture eclettiche, visioni faraoniche e danze kitsch e “polpettoniche”; di quanto lì dentro fossero presenti i prodromi di un sentimento sovranista e dei suoi immaginari di riferimento. Mi sembrava tutto tristemente attuale e trovavo imbarazzante – ma presto capii il perché : ) – suonasse così eretico sottoporre quell’oggetto al vaglio delle teorie postcoloniali. Da lì nacque il progetto L’esemplare capovolto, assieme al desiderio di giustapporre nuovi segni e iscrizioni, anche su questo tipo di monumenti (immateriali),nell’impossibilità di poterli abbattere.

Cosa ti immagini dirai di questo lavoro tra quindici anni? E quindici anni fa, avresti mai immaginato di farlo?