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Provocare realtà

Provocare Realtà

La realtà è senza dubbio al centro del dibattito sociale e politico, o meglio, lo è la sua narrazione. La misura, la distanza tra la realtà e il suo racconto da sempre costituisce il campo entro cui dibattono i movimenti di pensiero e si muovono le pratiche artistiche. Alle fondamenta del pensiero dell’Occidente, Platone e Socrate segnano già come non scontata la relazione tra la verità e l’orizzonte delle opinioni.

Se la realtà è sempre e comunque la percezione del reale, sempre e comunque l’immagine di sé stessa, allora noi cosa davvero sappiamo di essa e quale rapporto possiamo avere con esso? Con Jocelyn Benoist possiamo nominare una condizione che ormai è luogo comune: tutto è insieme vero e falso, tutto è solo se raccontato. Appare necessario, quindi, intervenire nel campo delle narrazioni, non per forza per chiarirne i confini, ma soprattutto per modificarli e oltrepassarli, per aprire uno spazio reale alla possibilità di altri punti di vista, di altri racconti.

La realtà ci appare sempre di più predisposta e organizzata all’interno di un’unica immagine del mondo, come un’inquadratura fotografica che sceglie quale soggetto e quale sfondo immortalare, omettendo il resto, come se bisognasse abituarsi a far coincidere il proprio sguardo con l’unico punto di vista accettato e possibile. Che c’è quindi al di fuori di questa realtà, al di fuori di questo insieme di convenzioni sociali intersoggettive? Se quella che crediamo essere la realtà non è che il risultato di una reazione di potere, innestata in un processo costante di assoggettamento e di controllo, cosa la eccede? Cosa rimane al di fuori di quell’immagine?

L’arte può essere allora una possibilità o uno strumento da utilizzare per decostruire questa narrazione che ci circonda, questa foto che ritrae un’immagine univoca. È tra i pixel di questa immagine verosimile entro cui siamo ritratti che l’arte può ritrovare il suo valore e il suo senso, è nel cercare di forzare gli immaginari e renderli plausibili che può rivendicare un’azione politica, è nel provocare la realtà che può tentare di cambiarla perché a differenza della comunicazione e dell’informazione, non è ostaggio della cronaca e dell’attualità, che oggi più che mai rischiano di farci perdere una visione prospettica della società. Provocare realtà significa mettere in discussione la legittimità del presente, mettere in discussione l’ordine costituito, rifiutare la paura di immaginare il nuovo, di inventare il futuro.

Questo in fondo chiediamo agli artisti: di aiutarci a provocare realtà, aiutarci – come suggerisce Edgar Morin – a “co-costruire” una realtà che non rifiuti la complessità, un modello di interpretazione e creazione che sia plastico, aperto, problematico, in grado di farci fare i conti con l’incertezza e la pluralità dell’esperienza, con il trasformarsi dei segni e dei simboli. Una realtà che sia una tentazione, tentazione a farsi provocare, a farsi trasformare in altra realtà.

Fabrizio Arcuri

Shouting Hill

L’evento performativo come possibilità e non come oggetto di visione, lo spettatore come interlocutore e non come semplice osservatore, il festival come un luogo in cui costruire con cura le condizioni per cui qualcosa accada davvero, un tempo condiviso durante il quale praticare il futuro. A partire da questi desideri si muove il pensiero che ispira e articola la costruzione di Short Theatre. Nuove ipotesi di comunità, nella convinzione che non possa esistere altra possibilità di trasformarsi se non insieme.

La programmazione come un sistema di segni capace di disegnare una mappa artistica e culturale. Un insieme di discorsi, invenzioni, processi, incandescenze, atmosfere e pratiche che ci permettono di abitare quella mappa, di attraversarla lasciandocela alle spalle. Gli spettacoli, le conversazioni, i workshop, i concerti e i djset, il cinema e le performance: tutto diventa un puntello per intaccare la realtà, per provocarla, per scomporla e ricomporla, per prefigurarne gli esiti, i desideri, le possibilità. La scena come luogo di accoglienza e di passaggio, di raccolta e di diramazione che si nutre della presenza di comunità – piccole e grandi, temporanee o permanenti, stanziali o nomadi che siano – rilanciando un dialogo mai esausto intorno allo stato e alle necessità del fare arte.

Dal 2006 Short Theatre è l’occasione per ricomporre e convocare una comunità, fatta di artiste e artisti, pubblico, di operatori e operatrici, di tutti coloro che attraversano o vivono la città. Un punto da cui guardare al paesaggio dello spettacolo dal vivo, italiano e internazionale, in tutta la sua irriducibile complessità.

La tredicesima edizione di Short Theatre stratifica la sua architettura, facendo emergere alcune zone del programma in sezioni che ne ampliano e ne sottolineano le direzioni artistiche: Tempo Libero, in cui si struttura l’attenzione ai percorsi di formazione e l’offerta laboratoriale; i Progetti in residenza, che già dallo scorso anno creano zone di accadimenti quotidiani che, con il loro calendario, si innestano su quello principale; Controra, che porta a maturazione i sensi e gli intenti della programmazione musicale e notturna, accendendone la qualità “sovversiva” rispetto alla temporalità del festival; Panorama Roma, un nuovo formato che crea uno spazio di condivisione dei percorsi di ricerca della scena artistica romana, primo innesco per rilanciare un dialogo culturale, civile e politico all’interno della città.

In seguito alla guerra dei Sei Giorni, la comunità drusa della regione del Golan viene separata dal confine israelo-siriano, e ancora oggi intere famiglie continuano a vivere divise tra una parte e l’altra della frontiera. Fino a pochissimi anni fa l’unico modo di comunicare era utilizzare la tattica che ha dato il nome a una collina che si trova sul confine: la Shouting Hill. Le famiglie druse si radunavano sulla «collina urlante» per proiettare la propria voce al di là della frontiera, riunendo così le famiglie separate.

Radunarsi per sconfinare, immaginare tattiche per arrivare dove altrimenti non sarebbe possibile accedere. A quali storie non stiamo prestando attenzione? Quali le forze che premono a cui non stiamo dando parola? Riscrivere il racconto del presente, capovolgere la gerarchia delle narrazioni, convocare il futuro, qui e ora.

Short Theatre