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martedì 8 | 19:00 + 22:00
La Pelanda - Teatro 1
danza
45’

10€ - 7€ (under 30 - over 60) + 1€ d.p.
Biglietti

Marco D’Agostin

First Love

“Se dovessi raccontarti un’immagine di felicità, allora ti direi un’altura, io sopra una roccia, sotto il sole, con un libro in mano” (S. Belmondo).

First love è un risarcimento messo in busta e indirizzato al primo amore. È la storia di un ragazzino degli anni ‘90 al quale non piaceva il calcio ma lo sci di fondo – e la danza, anche, ma siccome non conosceva alcun movimento si divertiva a replicare quelli dello sci, nel salotto, in camera, inghiottito dal verde perenne di una provincia del Nord Italia.
Quel ragazzo ora cresciuto, non più sciatore ma danzatore, non più sulla neve ma in scena, non più agonista ma ancora agonista, per via di un’attitudine competitiva alla coreografia che non si scolla mai, nostalgica e ricorsiva, ha incontrato il suo mito di bambino, la campionessa olimpica Stefania Belmondo, ed è tornato sui passi della montagna. È giunto il tempo di gridare al mondo che quel primo amore aveva ragione d’esistere, che strappava il petto come e più di qualsiasi altro.
In una rilettura della più celebre gara della campionessa piemontese, la 15km a tecnica libera delle Olimpiadi di Salt Lake City 2002, First love si fa grido di vendetta, disperata esultanza, smembramento della nostalgia.

 

Marco D’Agostin è un artista attivo nel campo della danza e della performance. Per il suo lavoro come autore ed interprete gli sono stati attribuiti numerosi riconoscimenti: il Premio UBU 2018 come miglior Performer Under 35, il Premio Gd’A Veneto 2010, la Segnalazione Speciale al Premio Scenario nel 2011, il Premio Prospettiva Danza 2012, il Teatro Libero di Palermo Prize al BEFEstival e il secondo premio al concorso (Re)connaissance di Grénoble nel 2017.
Dopo una formazione disarticolata con maestri di fama internazionale (Claudia Castellucci, Yasmeen Godder, Nigel Charnock, Rosemary Butcher), consolida il proprio percorso sia come interprete (per la Socìetas Raffaello Sanzio, Alessandro Sciarroni, Tabea Martin, Liz Santoro tra gli altri) che come autore (i suoi lavori circuitano dal 2010 ad oggi in tutta Europa).
La sua poetica è fluida, dinamica, in adattamento continuo.
Nella sua ricerca riecheggiano frequentazioni con gli atlanti geografici, l’opera di M. P. Shiel, i cataloghi di creature estinte e le iconografie generate da video più o meno visualizzati su Youtube. Questioni ricorrenti nei suoi lavori sono il funzionamento della memoria, la febbre d’archivio e l’intrattenimento come forma di una specifica relazione tra spettatore e performer.
Nella scrittura coreografica l’orecchio è teso alla lezione di Amelia Rosselli in poesia: “Quanto alla metrica poi, essendo libera essa variava gentilmente a seconda dell’associazione o del mio piacere. Insofferente di disegni prestabiliti, prorompente da essi, si adattava ad un tempo strettamente psicologico musicale ed istintivo.”.
L’opera d’arte alla quale è più affezionato è The Disintegration Loops I di William Basinski.
marcodagostin.it

un progetto di e con Marco D’Agostin
suono LSKA
consulenza scientifica Stefania Belmondo e Tommaso Custodero
consulenza drammaturgica Chiara Bersani
luci Alessio Guerra
direzione tecnica Paolo Tizianel
promozione Damien Modolo
organizzazione Eleonora Cavallo
progetto grafico Isabella Ahmadzadeh
produzione VAN 2018
coproduzione Teatro Stabile di Torino – Teatro NazionaleTorinodanza festival e Espace Malraux – scène nationale de Chambéry et de la Savoie
nell’ambito del progetto “Corpo Links Cluster”
sostenuto dal Programma di Cooperazione PC INTERREG V A – Italia-Francia (ALCOTRA 2014-2020)
in collaborazione con Centro Olimpico del Fondo di Pragelato
progetto realizzato in residenza presso la Lavanderia a Vapore, Centro Regionale per la Danza, inTeatro, Teatro Akropolis
con il supporto di ResiDance XL
© Alice Brazzit

 


Notes on Short Theatre 2020

Di cos’altro parla questo tuo lavoro, oltre ciò di cui racconti nella sinossi?

Di qualcosa che accade ai margini, sempre e comunque. Di un bambino troppo magro, che si ammalava sempre e che aveva come idoli personali le eroine dello sport e Cristina D’Avena. Di uno sport sfortunato e povero, di un furgone che ci conteneva in 11 e ci portava a fare una cosa che nessuno di noi, tutto sommato, aveva voglia di fare. Di quei pochi morsi di mondo che ci erano concessi dopo le gare e prima che venisse buio: erano passeggiate nei boschi innevati, privilegio di pochi, privilegio dei fondisi e non dei discesisti, che invece nel mio immaginario andavano sempre incontro a chalet caldi e accoglienti, a cioccolate calde con la panna e a vasche idromassaggio con vista Dolomiti. Questo lavoro parla della provincia, di uno sport che può solo essere di provincia; della provincia del Nord-Est degli anni ’80 e ’90, della sua parte povera; e parla ovviamente, come tutto e come sempre, delle differenze di classe. Ma tutto questo è un segreto.

Chi o cosa – di reale o immaginario, presente, passato o futuro – credi abbia contribuito al
nascere di questo lavoro? Possiedi un oggetto o una traccia che lo racconta?

Meno 23 gradi, Valle di Gares, Dolomiti. Le montagne circondano la pista ad anello di sci di fondo, i loro profili sono tanto alti che nelle brevi giornate invernali il sole non riesce mai a sfrondarle. Ho 5 anni, qualcuno di più grande di me stringe i lacci dei miei scarponi e li aggancia agli sci. Qualche ora dopo le punta delle dita dei piedi cominciano a fare male, ma qualcosa mi dice che non ci si può lamentare: bisogna essere duri come la neve ghiacchiata, come gli speroni di roccia, i boccali di birra, il fango rappreso, le corde congelate a bordo della cascata immobile. Due blocchi di carne cercano di fare come dice il maestro: scivolare in avanti, scivolare, scivolare leggeri; ma sembrano trattori appesi alle gambe e trascinano verso il basso. Più tardi qualcuno di più grande trascinerà il mio corpicino stanco in una sala scaldata con la stufa a cherosene; le scarpe faranno fatica ad uscire dai piedi e si vedrà attorno alle unghie il principio di un congelamento. Le mani calde di quell’adulto massaggeranno le dita fino a sciogliere i capillari, il sangue comincerà a scorrere e i piedi andranno a fuoco. In gergo si dice che vengono le “diavolette ai piedi”. Quel dolore fisico così inatteso e immeritato, l’odore della sciolina e il cuore che pompava il sangue in tutte le vene o quasi, tutto questo.

Cosa ti immagini dirai di questo lavoro tra quindici anni? E quindici anni fa, avresti mai
immaginato di farlo?

Io credo che ci sia un luogo in cui i lavori che devono ancora nascere ci attendano. Sono come i semi della tristezza di cui Rilke parla quando risponde al giovane poeta: occorre accoglierli in sé, anche se ancora non sappiamo cosa sono, perché solo tenendoli stretti in petto diverranno un giorno la felicità. I lavori ci attendono come fanno le idee, le relazioni e i sentimenti; alcuni di loro diventano reali ed altri no, ma quelli che ci riescono poi noi li riconosciamo. C’è sempre un momento, verso la fine della ricerca o poco dopo il debutto e in qualche raro caso molte repliche dopo il debutto in cui il lavoro ci diventa di colpo familiare. Non è però un fatto di esperienza o addomesticamento: semplicemente abbiamo ritrovato un nostro parente tra la folla.