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©casadargilla

mercoledì 9 | 16:00 - 19:30
La Pelanda - Teatro 2
prove aperte

ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su Eventbrite
Biglietti

Panorama Roma: lacasadargilla / Emiliano Masala

I mangiatori di patate

Attiva dal 2005, lacasadargilla riunisce intorno a Lisa Ferlazzo Natoli – autrice e regista –, Alessandro Ferroni – disegnatore del suono e documentarista -, Alice Palazzi – attrice e coordinatrice dei progetti – e Maddalena Parise – ricercatrice e artista visiva –, un collettivo di attori/attrici, musicist_, drammaturg_, e artist_ visiv_. Ensemble allargato che lavora assieme su spettacoli, istallazioni, concerti, rassegne e attività di formazione. È prodotta da istituzioni nazionali e internazionali.

Tra le scritture originali si citano: La casa d’argilla (2006), cinque donne intorno a un tavolo per un lutto che si trasforma in veglia magica; Il libro delle domande (2007), la follia e il corpo esposto sulla gogna del teatrino ospedaliero della Salpetrière; Foto di gruppo in un interno (2009), una famiglia di Trieste negli anni ‘30, ebraismo, connivenza con il fascismo e oscuri giochi all’ora del tè. Fra i lavori da testi teatrali e romanzi: Ascesa e rovina della città di Mahagonny da Brecht (2008-09); Jakob von Gunten da Walser (2011-12); Katzelmacher (2009) da Fassbinder; Lear di Edward Bond (2015-17).

Fra i progetti speciali: Art you lost? 1000 persone per un’opera d’arte (2012-14), un’inedita istallazione-performance realizzata con Muta Imago, Santasangre e Matteo Angius intorno al tema della perdita; IF /Invasioni (dal) Futuro (2014-16; 2017-19), una singolare rassegna composta di storie, immagini e suoni della fantascienza. Nel 2017 debutta il progetto teatrale-multimediale Les Adieux! Parole salvate dalle fiamme (2017); nel giugno 2018 lo spettacolo Game di Brad Birch (Harold Pinter Price) in prima mondiale presso il Ta’ Qali Stadium di Malta.

Ultima creazione: When the Rain Stops Falling di Andrew Bovell (2019). Un viaggio ‘genealogico’ nella memoria, le eredità e l’abbandono, che ci porta alle soglie di un diluvio torrenziale. Spettacolo vincitore di tre premi UBU – miglior regia, migliori costumi, miglior testo straniero -, del premio Associazione Nazionale dei Critici di Teatro per miglior regia e del premio Le Maschere per la miglior attrice emergente.

 

Emiliano Masala nasce a Milano dove si laurea alla facoltà di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Diplomato alla scuola del Teatro Stabile di Torino, vince nel 2008 il PREMIO UBU come miglior attor giovane e nello stesso anno vince il concorso NUOVE SENSIBILITA’ con lo spettacolo Brugole di cui è interprete e regista. Nel 2006 è tra gli attori che partecipano al Projet Thierry Salmon/Ecole des Maîtres con Antonio Latella. Firma negli anni la regia degli spettacoli Fuorigioco di Lisa Nur Sultan, Essere Bugiardo di Carlo Guasconi, Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Negli anni lavora con diversi registi teatrali, tra cui: Carmelo Rifici, Antonio Latella, Valerio Binasco, Lisa Ferlazzo Natoli/lacasadargilla, Tindaro Granata, Mauro Avogadro, Paola Rota, Andrea Chiodi, Luca Ronconi, Walter Le Moli e Marco Plini.

Per Panorama Roma quest’anno lavora sul testo I mangiatori di patate (Kartöfluæturnar) di Tyrfingur Tyrfingsson, aprendo le porte del suo cantiere creativo al pubblico.


Kartöfluæturnar

traduzione italiana di Silvia Cosimini

Lísa è un’infermiera di guerra, conosciuta per il suo lavoro nelle guerre jugoslave e la sua adesione al movimento femminista. Incontriamo Lísa mentre la sua ex figlia, Brúna, autista di autobus, le chiede di fare da babysitter per la prima volta a suo figlio. Mentre Lísa sta cercando di connettersi con il suo peculiare nipote, sente bussare alla porta. Fuori Mikael, suo ex figliastro e amante, è in piedi e ha un disperato bisogno di aiuto.

Un dramma sull’egoismo di sofferenza, sulla co-dipendenza e su come il trauma che viaggia all’interno della famiglia e non si fermi fino a quando non viene palesato.

Tyrfingur Tyrfingsson è nato nel 1987 ed è cresciuto nella piccola città di Kópavogur in Islanda. Ha conseguito una laurea in performance presso l’Accademia delle arti islandese nel 2011. È stato uno studente di scambio presso l’Accademia di musica e arti performative Janáček nella Repubblica ceca e poi ha continuato a studiare Writing for Performance presso Goldsmiths, University of London.

La prima opera teatrale di Tyrfingur Tyrfingsson, Grande, è stata la sua tesi di laurea presso l’Accademia d’arte, gli è valsa il riconoscimento a Reykjavík e una nomination a Gríman, premio islandese per gli autori teatrali. Due anni dopo Blue Eyes (Bláskjár) è stato presentato al Reykjavík City Theater dove Tyrfingur è diventato drammaturgo residente, dove scrive The Commercial of the Year.

La sua ultima commedia Kartöfluæturnar ha ricevuto recensioni a cinque stelle, il critico Jakob S. Jónsson ha nominato Tyrfingur come uno dei principali drammaturghi islandesi.

Tyrfingur ha ricevuto sei nomination e un premio ai Gríma. Le sue opere sono state pubblicate e tradotte in inglese, francese, olandese e tedesco. Ha scritto per Glamour Magazine Islanda e ha insegnato all’Accademia delle arti islandese e all’Università dell’Islanda.

Nell’autunno del 2018 Kartöfluæturnar è stato nominato per gli Cultural Awards (Menningarverðlaun DV). Tyrfingur Tyrfingsson vive ad Amsterdam.


studio del testo, avvicinamento alla resa scenica Emiliano Masala
con Caterina Carpio, Aglaia Mora e Stefano Scialanga
traduzione italiana di Silvia Cosimini
progetto realizzato nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe, co-finanziato dall’Unione Europea
produzione PAV, Short Theatre / Area06

Notes on Short Theatre 2020

Di cosa parla, nella tua lettura, questo testo?

I mangiatori di patate ci arriva da lontano. L’Islanda è la patria dell’autore e dei personaggi che abitano questa singolare commedia nera che ha un suo odore tutto particolare. Ma nonostante le latitudini, sempre di famiglia, di crisi dei rapporti , di guerra fuori e dentro se stessi si parla. Le conseguenze dell’amore restano oscure, perturbanti e distruttive da noi come in Islanda. I personaggi de I mangiatori di patate sono ai margini del mondo e della propria vita, pronti a precipitare da un momento all’altro, ma la scrittura non smette di seminare e disseminare nei dialoghi e nelle azioni arguzie improvvise, stranezze, piccole follie quotidiane, e – in fondo, come sotto un ghiaccio pronto a sciogliersi – una silenziosa, abbacinante speranza per il domani. In punta di piedi cercherò di prendere contatto con il testo, insieme agli attori: evidenziando i punti di rottura di questi conflitti, i nodi critici del testo e dell’azione, provando sempre, a rintracciare quei barlumi di vitalità che ognuna di queste figure possiede.

Come è cambiata la relazione fra i il tuo lavoro e la città di Roma in questi ultimi quindici anni? Cosa ti auguri per i prossimi quindici?

La fine del presente: lasciando fuori il lavoro di lacasadargilla quanto a pratiche artistiche, il dato più significativo dell’orizzonte teatrale romano di 15 anni fa – e che oggi tutti stiamo provando a ricostruire – quello che ha formato il dna artistico e politico di più di una generazione, è stata l’esistenza di quegli spazi atipici, occupati o meno, che di fatto non solo permettevano a produzioni indipendenti di nascere e svilupparsi al proprio di passo, ma hanno messo in stato di prossimità – per l’organica apertura di luoghi e pratiche – artisti diversi che negli anni hanno imparato, grazie a questa pericolosa vicinanza, a guardarsi, sapersi, riconoscersi, seppure nelle incommensurabili differenze. E’ questo il contesto che ha prodotto e produrrebbe quel tessuto culturale, paesaggio, formazione e pratica diffusa, che ancora oggi urge ai polmoni della città tutta, ben al di là del singolo spettacolo più o meno riuscito. E non sono le istituzioni, ma quei luoghi atipici che restano e resistono e dovrebbero moltiplicarsi, a dover essere messi in condizione – in agibilità dice Spin Off con bella precisione semantica – di operare come hanno saputo e sanno, mentre tutto intorno sembra scivolare in una crepa di cui nessuno, misteriosamente, sembrerebbe responsabile.