COMBIN/AZIONI

Passaggi di stato e di energia

Beatrice Del Core in dialogo con Marta Bellu e Lucia Lucioli

Beatrice Del Core Marta, il tuo linguaggio coreografico è caratterizzato da un’intensa relazione con la dimensione del respiro, instaura stati meditativi e contemplativi che investono il tuo corpo e per estensione il pubblico. Puoi spiegare quali sono i punti cardine della tua ricerca?

Marta Bellu Penso al respiro come un fondamento del movimento e di ogni forma gestuale e quindi del linguaggio. Un’origine del poetico, luogo in cui accedere al possibile connesso a una dimensione spazio-temporale slegata da un pensiero progressivo e produttivo, ma piuttosto ciclico, un fuori dal tempo convenzionale.
Sono stata attratta dal respiro, perché è qualcosa che è sempre presente ma che spesso manca (non viene visto), anche quando si danza. A livello fisiologico il respiro è veramente il primo movimento, la prima forma vitale e – ricercando dentro la forma – il primo gesto espressivo. È ciò che mette in relazione interno/esterno senza separazione. Permette lo scambio e la trasformazione alla base della vita, e della danza stessa, includendo chi la esperisce. Il respiro è sempre diverso, è di tutti, è specifico di ognuno ma non è di chi lo emette, non è qualcosa che è possibile possedere o controllare. Il respiro ha un corpo, non è il corpo che respira. Crea luoghi e itinerari sempre diversi che attraversano il corpo e per estensione lo spazio e gli esseri, gli oggetti. Ha le sue pause, le sue morti e le sue rinascite continue. Ha un proprio andamento e può finire in qualsiasi momento. Ci ricorda della morte mentre siamo vive. Poiché il respiro è sempre presente permette l’assenza. Tendenzialmente cerco di scomparire in quello che faccio; questa è l’unica vera motivazione per creare un’opera.
Rispetto alla ricerca coreografica, questo stretto rapporto col respiro come luogo-origine di creazione del linguaggio, è nata con Where else? (2020), un lavoro realizzato insieme a Donato Epiro e Andrea Sanson, iniziato tempo prima in solitudine dentro la ricerca di stati contemplativi e meditativi a diversi livelli. Questo è stato il primo momento in cui ho guardato dentro al respiro. Il fare si è declinato subito in un rapporto stretto con la visione e con immagini che prendevano forma come abitanti in questo “luogo dei luoghi”: gli abissi profondi, la materia oscura dello spazio, i sogni. Quando lavoro a un progetto coreografico, procedo per lente visioni. Cerco nutrimento nelle cose che mi ispirano, e dalle informazioni che ricevo emerge un linguaggio di immagini che provo ad abitare col corpo. Allo stesso tempo, cerco di farmi spostare sempre un po’ altrove rispetto a ciò che sto trovando. Provo quindi ad attraversare luoghi sempre diversi, e insieme all’attraversamento avviene una mutazione della forma, in un processo di rifinitura costante. La ricerca della forma avviene per accumulazione e passaggi di stato e di energia, quasi in senso termodinamico. Cerco sempre me stessa in cose che sono apparentemente esterne a me e che provo a sentire internamente, in relazione con lo spazio, il suono e la luce. Penso quasi che il mio sogno sia di divenire completamente trasparente, rimanendo però visibile. Mi piace pensare alla danza come a un’abilità olografica: mi dà la possibilità di essere qualcosa ma, allo stesso tempo, come per magia, esserne anche una completamente diversa e infinite altre. Se in Where else? il respiro è il luogo generativo del corpo (che assume forme interspecifiche, ibride e plurali), nel lavoro I Versi delle Mani, è un principio di creazione del gesto ma, non solo, dell’intera partitura coreografica e musicale: il filo che ha tessuto la composizione gestuale-sonora come una forma unica, la materia invisibile che ha tracciato le relazioni all’interno di un telaio spazio-temporale comune. Nel lavoro sia con la danzatrice Laura Lucioli che con la sound-artist Agnese Banti, è stato un principio di fusione che ci ha permesso di rimanere entità differenziate ma potenzialmente simili, un luogo di accesso per tutte di piena potenza e rigenerazione, un luogo in cui assentarsi e perdere il sé, esistere come punti e linee di una geometria fatta di relazioni.

BDC Presti forte attenzione alla dimensione pedagogica e relazionale, tieni anche dei corsi di formazione. Durante il tuo percorso hai incontrato Laura Lucioli: come e quando è avvenuto questo incontro? Come mai hai deciso di lavorare con lei?

MB Ho incontrato Laura nel 2014 quando ho avuto l’occasione di lavorare all’interno dell’Associazione Trisomia 21 a Firenze, proponendo un progetto sperimentale di movimento ed espressione corporea. Qui, abbiamo iniziato a fare danza insieme. Nel 2015 ho deciso di portare il progetto fuori dal centro aprendolo a tutt_, professionist_ e artist_, amatori e persone con disabilità. Il progetto si chiama Iniziali. Alcun_ ragazz_ con cui avevo lavorato mi hanno seguito, tra cui Laura, e questo è stato l’inizio di un percorso di ricerca che ci ha portate a I Versi delle Mani.
La ricerca coreografica di Iniziali si è trasformata a partire dal riconoscimento delle singolarità espressive alla creazione di un linguaggio comune attraverso processi di incorporazione, dove si “impara” a danzare dall’altro. Ogni anno, aprivamo questa ricerca in una forma condivisa con il pubblico. Ricordo che nella prima performance a cui Laura ha partecipato c’era un piccolo solo che consisteva in uno spazio di piena libertà di movimento ispirato a una parola\qualità che lei aveva scelto all’interno della sua ricerca, diceva “io sono Laura e mi sento rotazione”. In quel momento non immaginavo che avrei creato una coreografia con lei che potesse essere qualcosa di totalmente fuori dal sé (a servizio dell’opera) e in cui lei si potesse riconoscere pienamente e sentire, allo stesso modo, completamente libera nell’espressione. Penso che intravedere questa possibilità o sognarla, sia la motivazione per cui ho scelto di intraprendere questo lavoro con lei. Concludo con un aneddoto che chiude un ciclo: rotazione è il motore di una delle parole (fuoco) che ci ha ispirato e guidato dall’inizio, nella scrittura dello spettacolo.

BDC Laura, come racconti l’incontro con Marta? Cosa ha significato per te intraprendere questo percorso coreografico?

Lucia Lucioli L’incontro con Marta ha significato una crescita: ho imparato nuove cose, diventare una danzatrice, incontrare altr_ artist_, condividere con il laboratorio il percorso che ho fatto con gli/le altr_. Avere coraggio.
Quando ho cominciato la danza era in un gruppo misto di ragazz_ nel 2015, volevo migliorarmi in questo percorso e studiare la danza. Quando ci siamo conosciute in associazione ero ragazzina, ero molto contenta e non mi aspettavo di lavorare insieme. Per me è stato molto importante studiare nel gruppo Iniziali, poi abbiamo fatto i primi spettacoli col pubblico; quando mi ha chiesto di lavorare con lei per questo spettacolo ero molto felice perché era un’esperienza nuova, è stato un grande regalo. Ho pensato: posso essere una danzatrice solista.
Per me è stato un sogno; quando ho cominciato i miei primi passi, quando ero piccola durante le vacanze estive, volevo già diventare una danzatrice, ma non sapevo di poterlo diventare perché non avevo mai visto altre danzatrici con disabilità, come me. Quando sono nata la mia mamma diceva sempre che potevo fare tantissime cose anche se avevo la Sindrome di Down, facevo tantissime cose grazie ad alcune persone che mi hanno seguito nel percorso di autonomia, poi quando ho finito le scuole ho continuato con altre esperienze. Poi ho iniziato questo percorso con la danza. Questo è stata per me la trasformazione da una Laura vecchia e una Laura nuova: quella vecchia non si aspettava di essere una danzatrice e lavorare come una professionista, aveva paura di non farcela, di non essere adeguata. Marta è stata al mio fianco e mi ha permesso di capire con gli esercizi, osservandoci a vicenda e imparando l’una dall’altra. E poi è tutto cambiato ho vinto le paure: quelle che non sono proprio perfetta, la paura di essere me stessa, di poter diventare quello che voglio. Per me è stato importante questo incontro perché si è creata una relazione che mi ha permesso di lavorare e migliorare, sono stati i migliori anni che ho vissuto nella mia vita.
In questo lavoro, ho capito che i miei gesti fanno parte del mio respiro, di me. Con il respiro, sento il mio corpo. Il mio gesto, quando lo faccio: questa sono io. Ho un rapporto dentro la danza: il mio gesto sono le mie mani che mi portano nello spazio tramite il respiro; sento il movimento da dentro e quindi sento che è mio. Ho sentito il diritto di avere un corpo, mi sento dentro il mio corpo, come quando senti le farfalle nello stomaco, mi sento libera. Il percorso coreografico è stato un incontro importante con la musica e con la musicista, Agnese, creata dal vivo con lei in un rapporto reciproco di sguardo e di gesti: lei segue il mio corpo che danza e io seguo il suo corpo di suono. Con la musica mi sento leggera, come una piuma. Quando faccio la rotazione nello spettacolo, sento che non si ferma mai, continua, i miei capelli sono legati alla sua voce. In questo percorso è stato importante incontrare il pubblico: quando io danzo, l’esperienza della scena mi fa sentire libera, mi emoziona. Quando danzo mi viene da sorridere perché sono felice, il pubblico che mi vede mi dà la forza, la carica e mi sento energia.
Quando ho incontrato alcune persone di Al. Di. Qua. Artists per il debutto dello spettacolo e poi a Milano per Presenti Accessibili, ho pensato: non sono solo io da sola ci sono altr_, e mi sono sentita entusiasta. Ho scoperto il mondo degli e delle artist_ come me, con disabilità, che fanno gli spettacoli e ho pensato che potevo fare come loro, come andare nei teatri, danzare, e ho pensato: sono già pronta, sono già qui e mi sento orgogliosa di questo. È stato molto importante anche capire che diventava un lavoro, nel senso di poter far diventare questo sogno una professione, i miei soldi sono importanti, posso fare quello che voglio, comprare le cose da sola, offrire la cena con la mia carta.
Da poco ho iniziato a fare dei laboratori di danza insieme a Marta. È la prima volta, un nuovo inizio, non mi aspettavo di poter anche insegnare degli esercizi agli e alle altr_.
In futuro mi piacerebbe poter diventare un’insegnante di danza, è difficile, devo ancora studiare, perché quando dico gli esercizi con le parole, a volte non riesco a trovarle e mi fermo, a volte vado a volte no, perché a volte non sono precisa, perfetta. Come quando ho iniziato a studiare la coreografia, a volte mi bloccavo. Poi ho imparato ad andare avanti, ho capito, ho vinto le paure perché sono cresciuta. Mi piace l’idea di poter condividere con altr_ lo stesso percorso che ho fatto io: provate a togliere le paure, i pensieri di non farcela, perché non ci si può fermare, bisogna sempre andare avanti. Io ho imparato a crescere da quando ho cominciato la danza, imparando dagli errori; credere nei miei sogni, che non importa essere perfetta, che posso fare degli errori, crescere nel senso di essere me stessa, essere orgogliosa di quello che sono.

BDC Ci potete dare qualche dettaglio su come è avvenuta la formazione e quali sono state le modalità di costruzione del solo? Qual è il rapporto con la musica – che è creata dal vivo e ha di nuovo a che fare con la dimensione del respiro?

MB Ho iniziato a parlare del lavoro con Laura in piena pandemia su zoom. Abbiamo iniziato a praticare online, sentendo che nella distanza il respiro era veramente ciò che ci permetteva di sentire che c’era un corpo e una gestualità che stavamo ricercando insieme. Abbiamo deciso di lavorare su tre parole: aria, spazio e fuoco e abbiamo pensato a come qualcosa di leggero potesse prendere forma nello spazio e diventare un’intensità forte. Il respiro ci ha portato molto naturalmente a trovare dei modi per andare e tornare dal corpo allo spazio e viceversa che hanno lentamente preso la forma dei gesti che sono entrati nella partitura.
Parallelamente ho iniziato a lavorare con Agnese Banti, sulla dimensione del respiro come origine anche del suono e della voce, come il respiro genera il suono all’interno del corpo per essere naturalmente rilasciato nello spazio, indagando come la gestualità genera il suono e come il suono può farsi gesto materico e visibile al pari della danza. Abbiamo quindi fatto una ricerca insieme, prima di iniziare a lavorare con entrambe, le ho trattate come due esplorazioni parallele e complementari per tornare poi all’intero. Nella ricerca sonora è stato il respiro a creare quello spazio di accesso, dove potevamo incontrarci senza sforzo in uno stesso luogo, del tutto nuovo, dove i nostri linguaggi venivano azzerati all’interno di un potenziale possibile e anche di un’inversione: danzare il suono e suonare il gesto, svuotare l’uno nell’altro, in una reciprocità senza soluzione di continuità.
Ciò che mi ha ispirato tanto nell’incontro e nella scelta di lavorare con Agnese, è stata la sua gestualità nel trattare il suono e i suoi strumenti a partire dall’harmonium, che ho pensato fosse la metafora materializzata del lavoro che avrei voluto fare: un polmone in comune come luogo generativo messo in opera dalla connessione tra i nostri respiri, corpi, gesti. Il cuore della nostra pratica che abbiamo chiamato Meditazione ci ha portato a diventare una stessa cosa, usando il gesto e il suono come due facce di una stessa entità circolare. Questa pratica, che è il cuore di tutto il lavoro, è stata sviluppata come una ricerca parallela e una performance contemplativa condivisa col pubblico e ha costituito un’indagine coreografica sul suono che ha nutrito ed è confluita al centro della partitura di I versi delle mani. Il principio di questa pratica è stato quindi utilizzato nella costruzione simultanea della partitura coreografica e sonoro-musicale, al momento dell’incontro con Laura. Nello specifico del suono, Agnese ha lavorato sul respiro sia come tempo sia come timbro, sul dettaglio, sul piccolo, sulla circolarità, sul silenzio, sulla coerenza, su uno spazio astratto, su una linea che diventa cerchio. Molti degli strumenti sono entrati naturalmente nella coreografia per uno scambio intenso di pratiche gestuali e sonore che avevamo fatto insieme e che poi abbiamo condiviso con Laura: il polmone dell’harmonium, la campanella – pensata come un filo che rendeva il gesto sonoro puramente relazionale – e il fischietto come strumento di dialogo/richiamo verso un linguaggio che si trasforma nella voce e viene liberato nello spazio come un’unica intensità di corpo e suono.

I versi delle mani / Short Theatre 2022 ph. Claudia Pajewski

BDC All’interno della costruzione coreografica, che importanza rivestono le mani?

LL Le mani sono importanti perché danzo con le mani, gli strumenti si suonano con le mani, quando tocco il corpo lo faccio con le mani e così quando tocco lo spazio. I gesti sono creati con le mani come se fossero parole dette dalle mani, la bocca con cui si parla. È come creare un linguaggio però con la danza, parlare attraverso le mani. Le nostre mani sono connesse al nostro sguardo. I versi delle Mani, sono le mani che scrivono la danza, che parlano, disegnano lo spazio. I gesti delle mani sono sonori, li abbiamo chiamati versi perché parlano di quello che senti, che sei. Sono più legati al suono che viene da dentro.

MB Il verso è l’unità minima di poesia, che è ciò con cui intendo questo lavoro: un’unità minima poetica fatta di gesto e suono. Solo la gestualità non parlerebbe di quanto questa unità sia la natura fondamentale di ogni movimento della partitura e di come la composizione stessa sia stata trattata poeticamente secondo una scrittura in versi, un disegno ritmico fatto di pause, spazi e silenzi dettati dall’andamento del respiro. Il verso è anche l’emissione di suono prodotta da un animale, richiama sempre il suono, la voce, il grido; è il suono inarticolato o il gesto del corpo o del viso prodotto involontariamente. Il verso è direzione, sguardo e intensità che richiama il suono materializzato nello spazio.

I versi delle mani/ Short Theatre 2022 ph. Claudia Pajewski


Beatrice Del Core (Como, 2001) studia Economia e Managment per Arte, Cultura e Comunicazione all’Università Bocconi di Milano. Si interessa agli studi sulle performing arts e ai gender studies.


I versi delle mani di Marta Bellu e interpretato da Laura Lucioli e Agnese Banti è a Short Theatre 2022 il 15 settembre.

A luglio, inoltre, Marta Bellu e Laura Lucioli hanno portato il loro laboratorio coreografico Glitter.


COMBIN/AZIONI è la sezione di CUT/ANALOGUE delle conversazioni, spazio per un materiale che si attiva in una reciproca implicazione. Campo di possibilità discorsive che si generano come mescolanze dinamiche tra soggetti, situate in un tempo, contingenti.

Vedi anche

Hydrofeminism

Estratto da Astrida Neimanis in Undutiful Daughters: Mobilizing Future Concepts, Bodies and Subjectivities in Feminist Thought and Practice

Palcoscenici Fantasma

Estratto Plauteaux Fantasmatiques di Bernard Vouilloux, tradotto in italiano per la serie Short Books di NERO editions.

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appunti prima di partire per il prossimo laboratorio Almeno Nevicasse di Francesca Sarteanesi

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Conversazione con Enrico Malatesta, che porta a Short Theatre 2022 il laboratorio I Lift One Stone and I Am Thinking, a partire dai testi del poeta Robert Lax.

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