TURBOLENZE

Poliritmia e politica

di Alma Söderberg

Per me la pratica poliritmica è strettamente connessa a una sorta di pratica politica, lo stare in uno spazio di differenza, non cercare l’uscita da un luogo complesso dove si trovano diverse simultaneità, più cose che accadono allo stesso momento, che forniscono informazioni complesse, talvolta in conflitto tra loro. Per essere in grado di navigare questo spazio, trovo utile esercitare la poliritmia. In questo sono ispirata dal pensiero del musicologo Eric Davis, che parla di poliritmia come “differenza simultanea”, o in termini di “playing a part”. Mi piace molto perché indica al contempo il fatto di suonare una parte/partitura (playing a part) e di suonare in modo separato (playing apart). Ha anche a che fare con la capacità di formulare più pensieri nello stesso momento: sentire una cosa e poi un’altra, ed essere in grado di sentirle entrambe nonostante siano in conflitto, perché non si tratta necessariamente di trovare una soluzione, ma di riuscire a stare in quello spazio senza chiudere la percezione in modo ottuso.

Lascia che l’orecchio informi la performance. Per un altro tipo di attenzione
Nel mio lavoro l’ascolto e la coreografia sono strettamente connessi. Direi che ogni tanto mi sento come se avessi uno scopo nascosto: far sì che le persone ascoltino il movimento, educare in qualche modo il pubblico a essere in grado di sentire, di entrare in una relazione simile a quella che ci lega al suono ma con la danza e con il movimento. Esercitare un tipo di attenzione come quella che metti in atto ascoltando la musica o dei suoni, anche quando guardi dei movimenti. Così, l’ascolto in qualche modo definisce come si svolge la coreografia. Penso anche allo spazio e al movimento all’interno dello spazio, quello che associamo più facilmente alla coreografia, ma allo stesso modo lascio che l’orecchio detti lo sviluppo della coreografia.

Il desiderio di ascoltare
Ascoltare non è un semplice interesse, è qualcosa che amo fare, un desiderio. È come se fossi drogata d’ascolto. Sono stata educata all’ascolto nei vari contesti in cui ho lavorato, a partire dalla musica sperimentale, il flamenco e direi che una terza influenza è l’hip hop, che ho ascoltato per tutta la mia vita. Tra le persone che mi hanno ispirato ad ascoltare con maggiore attenzione ci sono Ellen Arkbro per quanto riguarda la musica sperimentale, Israel Galvan dal flamenco e Kendrick Lamar dall’hip hop.

Far valere il ritmo vs la stratificazione della poliritmia
Con la performance Nadita ho iniziato a relazionarmi con il ritmo, ho capito che mi interessava la sua dimensione materiale, il suo sviluppo nello spazio. Mi sono resa conto che con il ritmo potevo controllare ciò che il pubblico sente, guidare ogni singolo gesto, ogni singolo suono. Sono abbastanza sicura che ci sia una sorta di consenso riguardo ciò che stiamo guardando e ascoltando. Ero molto interessata a sviluppare una relazione con il pubblico che fosse stratificata, che mettesse maggiormente in discussione la relazione in termini di ascolto. Non siamo costantemente su una sola traccia dove possiamo chiaramente avvertire piccoli cambiamenti, ma siamo in un campo in cui possiamo decidere cosa ascoltare, cosa seguire. Ho cominciato a pensare alla poliritmia come campo di creazione perché immersivo ma anche sfidante aprendo possibilità molteplici che possono essere in conflitto tra loro ma anche non esserlo. Stratificando diversi ritmi, uno sopra l’altro, si può ottenere un groove morbido e tranquillo, ma a seconda di come si decide di ascoltarlo, in quanto ascoltatore puoi giocare con il groove, lo puoi sentire in un determinato modo così da non avvertirlo più, nonostante sia lì, oppure scegliere di immergerti e in qualche modo giocarci. Ho cominciato a giocarci con la performance Deep Etude (2017).

Ascoltare il linguaggio-corpo
Nella performance Talk (2011) con Jolika Sudermann, sono stata ispirata direttamente da un danzatore di flamenco, Manuel Liñán. Ho visto una performance a Madrid molto tempo fa, dove c’era una poesia sopra la quale veniva costruito un ritmo. Ero stupita, si univano così tante cose insieme.
Ero a scuola con Jolika, e c’erano alcuni compagni di corso che parlavano molte lingue e imitavano dialetti. Ci piaceva giocare con le lingue, e abbiamo cominciato a registrarci mentre parlavamo: avevamo conversazioni che imparavamo a memoria dall’inizio alla fine, incluse intonazioni, cadenze, pause, quando si ingoiava la saliva, il bagnarsi le labbra, i gesti. Lo imparavamo a un livello di dettaglio davvero minuzioso poi lo recitavamo ad alta voce sincronizzati. Anche solo parlando contemporaneamente si comincia ad ascoltare il corpo lì presente, quello che c’è di materiale.
Questo approccio continua a tornare nelle mie performance, in varie forme, questa relazione tra il materiale della lingua, significante e significato, il suo suono e le informazioni che contiene. Più sviluppo la mia pratica, più capisco che c’è molto jazz in quello che faccio: ha molto a che fare con la costruzione della frase, il jazz è sempre musica che suona come il parlato, come se stesse parlando una voce.

Sounding Dances
Non penso di avere ancora trovato il termine giusto per indicare la mia pratica, l’ho chiamato per ora “sounding dances”. Ad esempio, quando conduco dei workshop uso i termini “voce”, “ritmo” e “movimento”. Per descrivere quello che faccio, mi interessa menzionare l’ascolto o l’attenzione, penso sia importante ma non ho ancora trovato un modo per farlo. Mi sembra di giocare con le parole ma non mi disturba che sia un po’ sbagliato perché è il meglio che c’è ora e qualcosa devo pur dire. Leggendo Fred Moten mi sono aperta di più all’importanza dell’incrocio tra visivo e uditivo – che l’espressione “Sounding Dances” coglie.

Anche il contenuto è vibrazione
Penso che il contenuto sia vibrazione, come accade ad esempio con Marìa Salgado e Fran MM Cabeza de Vaca. Non penso che la musica sia svuotata di contenuto, il contenuto è molto importante per il tipo di musicalità che viene creata dalle parole. Quindi non direi che lo svuoto o lo rendo oggetto o che lo metto in una forma pura, penso che ci sia qualcosa di più profondo, c’è una profondità anche nelle parole.
Ad esempio, nell’ultima performance, Entangled Phrases (2019) ho scritto una poesia. Mio padre si è ammalato all’improvviso, noi avevamo appena cominciato a lavorare insieme e si è instaurato un forte legame. Non riuscivo più a pensare al lavoro come un oggetto o come qualcosa che potessi analizzare, descrivere o indicare, stava diventando molto più emozionale, personale, intimo – mi è sembrato che l’unico modo di relazionami con la creazione fosse scrivendo una poesia, anche se normalmente non lo faccio.
Prima abbiamo cominciato con questo intreccio, usando solo il suono, diversi tipi di suono. Poi mi sono resa conto che avremmo dovuto lavorare molto per arrivare a un punto in cui si potesse davvero ascoltare insieme. Ho deciso di inserire la poesia nella partitura, quindi, invece di avere th th th, dico “the time that the time that” e l’altra persona dice qualcos’altro – e insieme creiamo una poliritmia. È stato davvero interessante perché da un lato le parole si connettono tra di loro, e cominci a sentirle come solo suono e si dissolvono, d’altra parte anche solo il fatto che stiamo ripetendo la parola “tempo” ancora e ancora porta una consistenza, un contenuto, significato ed emozioni: di fatto riempie invece di svuotare lo spazio. È un tipo di interazione di piani che mi piacerebbe continuare a esplorare per entrare nel materiale della parola e perché l’ascoltatore dimentichi cosa la parola significa ma al contempo la colga sul piano dell’evocazione.

Sharing
Cruciale nella mia pratica è la condivisione. Ci sono molti contesti in cui quello che faccio potrebbe non essere capito, ma nel caso di Entangled Phrases ho lavorato con due persone Angela Peris Alcantud e Anja Müller che conosco molto bene, entrambe sono molto talentuose a livello di ritmo, entrambe usano la voce nel loro lavoro, abbiamo quindi un background molto simile. Quello di cui mi sono resa conto è che la presenza e l’ascolto sono fondamentali. Anche se formalizzo una composizione e insegno ai/alle performer un poliritmo e lo mescoliamo anche con i gesti, è importante che non si perda la connessione con l’ascolto – l’ascolto di cosa costantemente stiamo facendo, nel dettaglio, in profondità; andare in profondità sia con il suono che con il movimento. Se si perde il fuoco sull’ascolto quello che accade diventa altro rispetto a quello che si sta cercando.
C’è anche un forte elemento di improvvisazione in tutto quello che faccio: esistono dei modelli ma la ricerca è sempre connessa al momento dell’esecuzione, c’è sempre la possibilità che le cose cambino durante la performance con il pubblico. Quello che sta accadendo si scolpisce tramite l’ascolto, quindi in qualsiasi momento potrebbe svilupparsi in una nuova direzione. Ho lavorato per raggiungere un punto in cui non si tratta più di ripetere qualcosa che ho fatto ieri, ma di essere davvero in grado di ritornare sulle cose nel presente. L’ascolto si perde ma devi ritrovarlo come fosse un elemento interno alla coreografia. Sapere come tornare indietro, essere presente all’ascolto, al materiale è un’abilità. Mi sono resa conto che è quella l’abilità a cui sono interessata: spesso tutto è solo un mezzo per raggiungere quel livello di attenzione.

Anche l’attesa è materiale interessante
L’attesa è stata importante per i lavori Deep Etude e Entangled Phrases. Ho lavorato con Anja Röttgerkamp, che è una danzatrice di formazione ma che si è ritirata, e che ora si occupa di terapia miofasciale. La fascia è un tessuto connettivo che attraversa tutto il corpo. Ho imparato molto lavorando con lei, ho visto molte connessioni tra quello che sto cercando di fare con il suono e il movimento e quello che lei sta facendo con il processo artistico e nella sua pratica.
Nella terapia miofasciale è importante aspettare: si mette una mano sul corpo e si aspetta un impulso, un movimento interno che si trova nel corpo. Si basa sull’idea che c’è sempre un impercettibile movimento nel nostro tessuto connettivo. Ciò che si allena è l’abilita di ascoltare con le dita il movimento che è già lì, di seguirlo così da farlo aumentare. Ha a che fare con lo stare qui ma senza fretta, senza proiettare sulla cosa quello che deve essere, senza indirizzarla in una direzione ma mettendo in atto la pazienza e l’ascolto profondo. È stato molto bello farlo insieme per un lavoro performativo: non vado sul palco per rappresentare l’attesa o parlarne ma la uso, uso la pazienza e l’attesa come un metodo per entrare in attività da un punto non affrettato. Anche questo è strettamente collegato all’abilità di ascoltare.


Estratto da Son[i]a, programma radiofonico all’interno di Radio Web MACBA, in occasione del quale è stato prodotto il lavoro Listening in the detail.

Trascrizione e traduzione Beatrice Del Core

foto di copertina.


Alma Söderberg porta a Short Theatre 2022 il suo percorso di ricerca con il laboratorio Sapphica Choir, che prevede un’esito aperto al pubblico, Thought. Barefoot., il 18 settembre all’Accademia di Spagna in Roma.


TURBOLENZE è la sezione di CUT/ANALOGUE delle tracce, traiettorie, tragitti in forma di note, contrassegni, chiose dei/delle artist_. Assemblaggi agitati dalla creazione, diventano luogo di transito nello scintillio irrequieto e mescolato del fare.

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